TURKEY

Il mio amico “matto” è tornato in ufficio.

E’ di un’intelligenza considerevole…ma putroppo “tecnicamente”, non sappiamo quando siano diventati Suoi i guasti al cervello, ma ci sono ottimi e abbondanti e si inseguono con la sua genialità.

Da quando la sede di lavoro si è spostata ci ha fatto scoprire il gusto del degrado all’ora di pranzo, la quiete umida e un po’ grassa di un bar tabacchi d’angolo con cucina casalinga. E’ fermo agli anni ’70, un bar d’epoca, magari rilevato da due famiglie piene d’entusiasmi giovanili e tuttora ben gestito con clientela decisamente affezionata.

C’è stato recentemente un musicista cantautore americano precipitato in disgrazia e in povertà, che ha atteso l’occasione per risollevarsi nella quiete di questi tavolini densi d’unto lombardo. Ovviamente il barbone (non alcolista) con il mio amico matto si sono parlati a lungo.

Il mio amico è mother tongue inglese e spesso sulle ragioni dell’albero genealogico che lo portano a parlare così bene quella lingua, per me, d’apprendimento difficilissimo, si dilunga e sbarella un poco.

Oggi avevamo altro da parlare…quando s’avvicina una delle cameriere, cinquantenne, un poco strizzata in vestiti da adolescente che metteno in mostra anche il suo senescere e chiede: “Come si dice tacchino in inglese ?”.

Il mio amico matto risponde: “TàrqueJ” (mi mancano le lettere fonetiche) e io penso “questo lo sapevo anch’io…

La prima cameriera si allontana sorridendo dirigendosi verso il bancone e ripete “tarquei” tarque”. Dopo passa la seconda e affronta il mio compagno del pranzo “Tu parli inglese ?” “Un poco” “Come si dice tacchino ?” “Turkey” come ? T u r k ey. Ora ripete con dizione più italiofona. Ah. Si rivolge al rubicondo barista, che ripete giulivo “tarkey, tarkey”, come se l’avesse sempre saputo e momentaneamente dimenticato. Tutto il bar ora echeggia di quella parola…

Noi perplessi finché la prima interlocutrice, quella che più ha adottato il mio amico matto: “C’era un inglese, prima, ha chiesto cosa ci fosse nel panino e mio marito non lo sapeva…

” Così lui gli ha fatto il verso (gloglottare).

E l’inglese lo ha capito ?

“No”.

Per la prossima volta, forse.

PICCOLE ERRATICITA’

Segaligna me la ricordo da sempre.
Il prototipo della beghina baciapile. credo sotto il metro e cinquanta…madre, non so come di tre bimbi (che ora l’hanno resa ampiamente nonna) sposata con un marito piccolo a sua volta, ma leonino, che girava in Lambretta e l’ha resa ormai da tempo immemorabile, pur essendo morto con i figli che avevano raggiunto l’etò adulta, vedova.
L’aspetto asciutto e avvizzito le avevano sempre conferito un quel di cinese, quanto Mr.Magoo e come le gag di quel fumetto la caratteristica della vecchietta, che ricordo nella mia tenera età anche abbastanza bacchettona e rompiballe tout court, cero anche senza alcun episodio preciso, era di essere sprovvista di un gran numero di diottrie.
La senescenza non l’ha certo aiutata e credo che attualmente veda ombre più chiare nel vuoto e ombre più scure per persone, alberi o automobili.
Se una volta però potevo riconoscere i suoi orari, scanditi su quelli di una funzione, di una messa o di qualche attività della parrocchia, ora spesso nel vuoto astratto di questa cittadina di plastica e giardini, la incontro che bordeggia a orari improbabili, noi soli, la saluto sempre e solo qualche volta sotto casa mia ha il coraggio di domandarmi chi sono. Ora è diventata simpatica nella sua fragilità rattrappita e mummificata.
Dove vada, se abbia sviluppato dei sistemi radar come i pipipistrelli o se segua una legge divina dell’errare…costruendo i riferimenti di un piccolo universo a lei solo noto, non ardisco a interrogarla. Forse coi suoi occhi ciechi sta cercando Dio o forse la troverà lui.