HOTEL MONTPARNASSE (1934)

 

“Che fame ! Una fame di qualunque cosa, va bene vivere d’amore e di libertà, ma non mangiamo qualcosa di decente da due giorni !”

“E’ così bello qui, Endre, mi sento così bene qui, se non fosse per questa fame !”

“Mi hai idealizzato ? Endre ? Qui una sessantina di chili di buona carne polacca, passionale e pulsante, un uovo, almeno un uovo, quante maledizioni a ciò per cui la mia famiglia è famosa ! Avevo sempre un uovo da mangiare al giorno, la mia prima ribellione contro quel cavolo di uovo ”

“Sai che dobbiamo inventarci qualcosa ?”

“No, non quello, non solo nuove posizioni, nuove poi non le abbiamo preparate tutte ? Ah, no ? Dobbiamo rinominarle secondo le nostre lingue ?”

“Dobbiamo inventare qualcosa di nuovo, sai sono irrimediabilmente corrotta !”

“Non è che ci ricasco, sono corrotta perché se mi salvo dall’essere condannata come ebrea, poi sono corrotta dall’essere borghese, ricca borghese, dal commercio di uova, siamo passati ad essere lerci capitalisti, poi sono corrotta per l’apostasia da tutto religione, famiglia, studio, tutto per la rivoluzione.”

“Che razza di idea, gli scrittori freelance e i fotografi freelance, puzziamo di comunista lontano un miglio e di ebrei da prima, anche senza vedere questa bella circoncisione. Non abbiamo la barba e mangiamo salsicce come un contadino ucraino, buone le salsicce quando ci sono, ma ecco cosa sembriamo due ebrei rompiballe, nessuno ci vuole, solo uno coll’altro.”

“Ci siamo proprio incontrati”

“Quegli stupidi di americani devono, devono pagarci, loro hanno i soldi e noi gli ideali, dobbiamo andare per strada…”

“No, non a mendicare, andare in Spagna, il prossimo posto dove devono resistere, ma senza soldi e con i nostri nomi possiamo tornare a casa se va bene”

“Ecco, qualcosa di più digeribile, almeno un nome qualcosa che vada bene per tutto un pensiero positivo per i giornali, per le nostre foto, come una commedia di Capra”

“Aspetta, “Accadde una notte”, con quello coi baffetti, una commedia dove i poveri sono onesti e i ricchi sentono i valori delle masse…un film americano, però sociale, quel che si può pretendere dagli americani, è di Capra, hanno bisogno di qualcosa di familiare per fidarsi !”

“Ecco Capra no, ma qualcosa di simile ‘Capa’, in onore del tuo bel capoccino che mi ha fatto innamorare”

“Saremo Robert, un bel nome “goym”, Robert Capa per le agenzie e scatteremo fotografie per la Repubblica e per noi”.

“Vieni qui, inventiamo qualcosa e poi…mangiamo, la Rivoluzione può attendere !”

 

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Gerda Taro, prima donna reporter morta sul fronte di guerra a 27 anni,
amante e collega di Erno Friedmann, meglio conosciuto col nome di
Robert Capa:
Donna Repubblicana, prova di tiro, 1936
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Accadde una notte.
C’era la Depressione
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Propellerhead e Sherley Bassey: History repeating

IPERVENTILAZIONE

KOREA, Cheju-do,1945

Da una parte la religione, cui tutto ci tiene distanti, una volta ho sentito: “confuciana”.

Der me non vuole dire nulla, il sole mi è più familiare.

Poi gli uomini, i maschi prima c’erano solo gli strati dell’oppressione:

Sacerdoti, nobili, i loro servi.

La luna con le maree ci è più vicina.

C’erano i nostri uomini, spesso zuppi della stessa mentalità, schiavi delle necessità di un regno distante, massacrati secondo il bisogno in qualche battaglia, soldati e poi solo schiavi.

La sera quando li trovavamo nelle nostre case come bambini capricciosi e cattivi, soffrivamo, ma erano nostri, erano calore quando serviva e per un poco bastava.

Poi erano arrivati loro, gli imperiali, erano ovunque, erano sopra quegli strati, erano vicini, erano ovunque, padroni, invasori.

Qualcuno ha goduto, alcuni la sera sono rimasti troppo fra noi, credendo d’averci vinte, noi tante volte sconfitte e quando si è riposato fra gli scogli, la marea lo ha portato via e mai più restituito.

Erano gonfi d’aria e di potere e ridevano mentre aggiungevano un altro peso sulla nostra schiena, togliendo quel poco d’onore e libertà e prendendosi il corpo.

Con le nostre pietra di profondità ai piedi andavano giù sorpresi, come quando ci immergiamo noi, ma senza più risalire, i loro occhi sembravano le nostre ostriche, bianchi e senza espressione.

 

Quarant’anni in un soffio di dolore, l’Impero nemico è stato sconfitto, ma le sofferenze certo non finiranno, di nuovo libere di essere orgogliose di una vita forte di stenti, ma nostra.

 

Restare sulla spiaggia, al vento per difendere il territorio di pesca, prendere aria e inghiottirne ancora.

La felicità attuale è una tuta di gomma che protegge dal freddo.

Terra,  gabbia di niente, un laccio dopo l’altro vincola la nostra vita di convenzioni, la sicurezza di scelte e sofferenze.

L’ansia, ogni volta il terrore dell’imprevisto e la certezza che si può incontrare l’errore, il peggio, la fine:

il mare, la pressione che schiaccia, la lotta contro la materia, le onde e le correnti, la paura e il terrore del buio.

Ora prendo un altro respiro.

Noi tuffatrici siamo libere là sotto, troviamo perle e cibo e nessuno può dire a noi cos’è giusto.

Sento l’aria, sono l’aria, ho vinto la realtà che mi legava, sono mente, aria e braccia e gambe robuste, mi tuffo.

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Ama di Hèkura Jima di Fosco Maraini

 

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L’isola di Kim Ki Duk (Sud Corea 2000)

 

Tristi derive

Dài la barca o la vita

La Ama o non l’amo

 

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Carmen Consoli-Il Sultano (della Kianca)

Perchè certe volte altro che Priscilla, la regina del Deserto !