domenica, 30 novembre 2008
UN SOGNO
Il buio è completo, ma quello che vedo è inondato dalla luce, è un’esperienza che mi è familiare.
Fosse dietro una feritoia, nella pancia di un aereo o in una buca per un’agguato.
Stavolta è diverso, dev’essere un ricordo più lontano.
C’è tanta luce attorno a me, anzi, la notte dev’essere altrove. La polvere e i canali di irrigazione e sole tanto sole, mentre a casa i racconti che arginano la durezza di questa vita di frontiera sono costellati di freddo, di foreste e di massacri nei secoli.
Popoli che si svegliavano e trovavano un nemico, i miei antenati, il popolo eletto come gli agnelli sacrificali e il destino si accaniva, li sacrificavano, schiere sacrificate nei roghi, nei pogrom.
Ma non ho mai conosciuto quella realtà, ho visto i nemici e ho visto la loro disfatta, sono stato la scopa per spazzare la polvere negli angoli e poi per farla scomparire.
Sono la resurrezione e la carne, i muscoli degli antichi condottieri, quella parte che per tanto tempo avevamo represso.
La foresta del mio cognome, le foreste dei cedri del Libano, il Sinai, tutto quello che è la memoria di un popolo, tutto quello che ci siamo raccontati per secoli quando eravamo lontani, prima che nascessi io e prendessi in mano le situazioni e prendessi la gloria e il peccato.
Tante volte c’erano loro, tanti arrabbiati e disperati e c’eravamo noi, temprati nel dolore di secoli, abituati all’inerme vittimismo, poi allo sterminio e ora alla vendetta. Anche preventiva.
Li ho inseguiti nella loro superbia fin dentro le loro case, ho fatto entrare la luce scoperchiandole, volevano farci del male e io come Dio li ho distrutti fino alla settima generazione, unico limite altri miei commilitoni, superiori, comunque altri ebrei: NESSUNO TOCCHI PIU’ UN EBREO.
Ho tagliato le loro foreste, la loro progenie.
Vedo le stelle e c'è tanta luce, posso fuggire nel caldo di quella notte ? Sono davvero stanco.
Ed ora dopo tanto vagare, dormo, dormo da anni e sogno battaglie forse o forse campi di terra generosa, campi di eroi.

Dedicato ad Ariel Sharon, due o tre anni di sonno, un corpaccione gonfio di passato e di violenza, forse animata di buone intenzioni.
19:36 Scritto da: akamotasan (Webmaster) | Link permanente | Commenti (15) | Segnala | OKNOtizie |
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domenica, 23 novembre 2008
POSSESSO
E' questa l'ora di tornare ?
Non c'è niente da mangiare, i tuoi figli sono nervosi, non gli si può dire niente, cosa hai fatto?
Cosa pensavi? Perchè non mi hai avvertito del ritardo?
Io con te sono sempre corretto, quando ti aspetti per un impegno o te lo dico prima.
Cosa fai ? Come ti vesti? Vedi un altro?
Sei sempre inquieta, ma che vuoi dalla vita? Hai rovinato la fiducia che avevo in te.
Sei una puttana, una puttana (e ti scopo da puttana) muoviti vieni qua.
Non ti entusiarmare troppo, hai quello che meriti e quando lo dico io.
Non ti ho perdonato perchè non sei grata dell'opportunità di vivere con me e di abbeverarti alle crepe della mia freddezza.
Tu fai sprizzare il sentimento, quello di cui TU hai bisogno, poi richiudo i varchi.
Ma lo vedi come si comportano i tuoi figli? E' perchè non li sai educare, sono così riottosi e incivili, è colpa tua che li lasci come galline libere nell'aia e non li sai tenere, adesso ti faccio vedere.
Non risolvi mai niente, non sei capace di finire qualcosa.
"ma che ti tiene a fare?"
La vacca! La vacca nella stalla!
E stretta nelle pareti anguste rumini il fieno rancorosa, chiudendoti negli spazi vuoti della femminilità abituata alla superbia del dominatore, un giorno dopo l'altro, resisti portando carichi sempre più sfiancanti.
Sotto la placida sottomissione un barlume dello sguardo felino di antica tigre, lascia intendere sotto le lunghe ciglia, che fosse anche fra mille anni, una ribellione ci sarà o già c'è stata.

01:59 Scritto da: akamotasan (Webmaster) in AMORE | Link permanente | Commenti (17) | Segnala | OKNOtizie |
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mercoledì, 12 novembre 2008
RISO
Me l'avevi raccontata anni fa, la leggenda indiana del riso.
Un marajà - o era una divinità, una delle tante del caotico pantheon indù? - voleva sposare una giovane e bellissima principessa. Lei avrebbe acconsentito solo se le avesse procurato l'unico cibo che poteva soddisfarla quotidianamente, senza mai venirle a noia.
Il maraja – ma forse era un dio, non ricordo – mandò ai quattro angoli del mondo i suoi emissari per trovare un cibo così prezioso. Ed ogni volta che la fanciulla lo assaggiava dapprima lo apprezzava, ma poi subito alzava il nasino un po' schifiltata (mi ricordava la principessa sul pisello di Andersen. Tutte uguali, in fondo, le principesse!). Poteva mangiare fagiani tutti i giorni? No, ovviamente! Poteva ingerire funghi o carciofi quotidianamente? Ma quando mai!
Insomma il maraja – ma ormai sono quasi certo fosse una divinità – capì di essere stato buggerato: non esiste un cibo così, è una follia. Preso dall'ira trasformò la principessa (ecco... era una divinità, ovvio. Un maraja mica ha il potere di trasformare le persone!) la trasformò, dicevo, in una piccola pianticella che poteva attecchire solo dentro una pozza d'acqua.
Fu lì che un altro dio, impietosito, volle che la fragile piantina portasse con sé un bene prezioso: dei piccoli chicchi bianchi pronti a sfamare quotidianamente milioni di persone, ricche o povere che fossero.
Una bella leggenda, molto poetica, pensavo. Me ne avevi raccontate tante.
Ti ho amata più per quello che mi dicevi, quasi, che per te stessa. Ma anche questo non è vero: ora mi accorgo che non è affatto vero.
Mi ritrovo a pensare con sgomento quanto mi manchi, qui, sotto la pioggia, mentre seguiamo il feretro sciamanti, come tanti piccoli chicchi bianchi, dentro le glumelle dei nostri cappotti, all'umido delle risaie...
Ricordo il giorno in cui ti avevo incontrata, avevo contemplato quel sorriso duro, spiato muta e assorta nella tue occupazioni.
Più tardi avevo ti avevo ascoltato raccontare storie, tutte un po' estreme, tutte sul bordo come te.
Erano sempre storie di mondi lontani nello spazio e nel tempo, ove, vista la saggezza sdrucciola della morale con cui si concludevano immancabilmente, era chiaro come fossero tutte tue invenzioni o, perlomeno, tutte adattate, una realtà modificata anche nell'immaginazione.
Non so quali fossero le leggende originali, probabilmente nessuna era priva di contraffazione.
Mi facevi ridere anche se immaginavo che quella creatività si originasse da una mancanza di centro di gravità permanente o alcun altro centro pur di una qualche minima durata.
M'innamorai di quelle orbite, scommettendo sull'eccentricità trattenuta dall'entropia almeno dalla brevità delle nostre esistenze.
La vita accellerò e le storie diminuivano.
Come la principessa del racconto il naso si alzava sempre più spesso, sdegnato e l'aria che emanavi era sempre più indispettita.
Nulla riusciva più a soddisfarti, meno che meno il cibo, del sesso neanche a parlare.
Ero pieno di errori nel comportamento, nelle azioni, ero pigro, divenni muto e contemplativo.
Mi misi sull'attento, inamidato, l'avrei portata al riso, sarebbe stata felice di me, sarei diventato un maraja e poi stupita da tanto amore, tanta devozione alla sfida del vivere, sarebbe stata finalmente soddisfatta ed io sarei stato il suo dio. Toh, semidio.
Invece niente, dovevo migliorarmi, mondarmi, come la fatica del raccolto per le mondine, avrei dovuto crederci, resistere, avere forza per spezzare quell'atmosfera pesante e nera, mentre quel naso che si allungava verso il basso, scontento, un'ombra nera sulla palude.
Quell'estate avevo deciso che sarebbe stata l'ultima, le serrande abbassate ogni volta che rientravo e lei nell'ombra, quello sguardo verso gli orizzonti piatti dell'odio verso un mondo che non capivi, certo non apprezzavi:
"Cara raccontami una storia, una storia fra le risaie dell'Indocina, un ricco cinese del nord e una piccola e povera francesina con un fratello oppiomane… Oppure un pugno di riso barattato per una bomba a mano da gettare contro l'invasore giapponese nel Manchukuo, qualcosa che ci aiuti a sognare."
C'era un sorriso beffardo nelle poche parole, nelle scarse volte, sempre meno, che mi ascoltavi, mi sbattevi in faccia che io farneticavo spesso di "dialogo" mi irridevi: "Parla tu se vuoi, tu che hai testa e tempo per le cazzate...io devo 'fare', io c'ho da fare !".
Poi scappavi, forse verso Plutone o Nettuno, per ritornare precipitosamente presente, ma irraggiungibile.
L'inquietudine ci portava a spostarci, dovevamo andare sempre verso un altrove e l'ultima suggestione, ovunque spinti verso un'altra meta.
Che ci facevo ? Chi ero ? Come potevo influire sul destino ?
Avevi avuto degli svenimenti, la dieta, non ne avevi bisogno di dimagrire, certo non avevi bisogno di avere un nuovo motivo di nervosismo e insoddisfazione.
Quella volta eri nera, come l'aria d'autunno fra uno scroscio di pioggia e l'altro.
Passeggiavamo in campagna, avevi deciso qualcosa…che cosa avevi detto ?
Non so, seguivo come un cane obbediente, da caccia, triste e timoroso pronto a scattare per assecondare il tuo dovere.
Ero infelice, ma mi sembrava giusto, scivolavo, non capivo perché lo stavo facendo, ma t'avevo sposato e dovevo farlo.
Poi un sorriso, quella storia, potevo essere artecifice del mio destino.
Mi ero distratto e tu eri scivolata nella risaia, eri diventata come quella principessa, una tenera pianta di riso, un chicco bianco nell'acqua.
Eri tanto sorpresa che non ho dovuto nemmeno spingere molto, dopo che m'ero precipitato ad aiutarti e ti eri divincolata in malo modo urlando improperi perchè l'idea della passeggiata in campagna era stata, in origine, mia .
Arriverà, forse, un altro dio o semi-dio che ti sopporti e ti soddisfi e ti faccia rinascere da dove ti ho tuffata...
Mi mancheranno le tue storie, mi portano via, stringono le manette, ma non è per quello che il mio sorriso è amaro:
non hanno voluto credere che l'ho fatto soprattutto per te.

01:07 Scritto da: akamotasan (Webmaster) in AMORE | Link permanente | Commenti (28) | Segnala | OKNOtizie |
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martedì, 04 novembre 2008
TRAGHETTI
L'inquietudine antica, cosa cercherò nel domani ? Cosa voglio davvero ? Era questo il costrutto e lo stavo perseguendo ?
I passaggi e la necessità di fare delle scelte. Di nuovo dopo l'uomo primitivo dove tutto è pericolo, ore di competizione, di responsabilità.
Ore improbabili per gli incontri, le ellissi dei percorsi individuali si incrociano nelle eccentricità o nel luogo più scontato.
Ogni volta è una sorpresa e la paura di non ritrovarsi, che le colpe e gli impegni ci portino a pochi chilometri in lontani abissi.
Il rituale si riscopre nella ricerca del dialogo.
C'è così bisogno di calore in queste giornate di pioggia e gli occhi si chiudono per sentire il passaggio di emozioni.
Il letto è vicino e raggiungerlo è un piano inclinato, oliatissimo le pupille si dilatano della sorpresa che è la norma e i capelli, quei capelli una cornice che si dirama nell'universo e m'avvolge.
Entro nella persona e mi fondo, sento che c'è davvero qualcuno di fronte...c'è qualcuno con me.
Una piccola puntura, una ricerca di cosa, un insetto ? Un ago ? Si usano più le pulci senza cani ?
E nascondere quella massa ramata fra le coperte e le lenzuola e dalla ricerca che diventa gioco, sporgente l'ansa del corpo fasciata, chiusa nei vestiti, nella sua flessuosità ormai consueta, presente nuda nel ricordo prossimo, una molla d'amore.
La libero del superfluo, mi spoglio delle convenzioni, cravatta compresa, già inutilmente annodata.
Fuori ancora la pioggia, l'aggressività, la vita impossibile; nel letto non c'è niente di estraneo. Solo noi, felici.

23:27 Scritto da: akamotasan (Webmaster) in AMORE | Link permanente | Commenti (18) | Segnala | OKNOtizie |
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