lunedì, 30 marzo 2009
POLPETTE AI FUNGHI (BOTTIGLIE E MESSAGGI)
20:16 Scritto da: akamotasan (Webmaster) in AMORE | Link permanente | Commenti (5) | Segnala | OKNOtizie |
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sabato, 06 dicembre 2008
RAFFICA
L'ora del mattino, la solitudine dello svegliarsi nel vuoto degli appuntamenti, il lavoro che non piace, il ripetersi quotidiano del nulla.
Quale fu la prima della collezione di figurine, foto illuminate dal neon dello schermo, allegre come lapidi ?
Gaia, Prudenzia, Abegaille, Orsola, Drusiana ?
Come le messi al tempo della falciatura, una spiga via l'altra, nessuna come l'ideale, ma chissenefrega facevano mucchio, compensavano quel vuoto adolescenziale.
Erano cominciati gli aperitivi, poi le colazioni, poi le cene e poi avevo cominciato a svegliarmi senza sapere dov'ero, senza ricordarmi chi avevo stretto fra le braccia o meglio chi mi aveva accolto fra le sue gambe.
Mi dicevo che cercavo il dialogo e che raccoglievo elementi era un esperimento letterario o che avrei voluto fare lo psicologo, mentre mi stordivo di corpi, appagato di trovare un riflesso di piacere, superficiale ma parecchio forte e sicuramente divertente.
Andavo disciplinatamente a casa e dormivo sempre qualche ora nel letto, giusto per lamentarmi e sentirmi un poco abbandonato, vagheggiando quell'amore da romanzo rosa da cui mi allontanavo ogni giorno di più. Che non avevo saputo coltivare e sognare.
Ora ho finalmente trovato quel che volevo, tante donne disponibili attorno, rido e tocco loro il culo, scherzo con gli amici attorno a me…molti un po’ sordi, alcuni sicuramente rincoglioniti.
Ghena, è la mia preferita, un donnone, bulgara aveva cominciato a studiare l'Opera a Sofia, invece del solito sorrisino di circostanza con cui, di solito, le altre accolgono le mie avances, ride forte, ha un vocione, mi ha detto “Devi essere stato un bell’uomo…”, poi mi ha cambiato il pappagallo.
Le ho toccato una tetta, grato di questa tardiva felicità, un raggio di sole nel mio tramonto.

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domenica, 23 novembre 2008
POSSESSO
E' questa l'ora di tornare ?
Non c'è niente da mangiare, i tuoi figli sono nervosi, non gli si può dire niente, cosa hai fatto?
Cosa pensavi? Perchè non mi hai avvertito del ritardo?
Io con te sono sempre corretto, quando ti aspetti per un impegno o te lo dico prima.
Cosa fai ? Come ti vesti? Vedi un altro?
Sei sempre inquieta, ma che vuoi dalla vita? Hai rovinato la fiducia che avevo in te.
Sei una puttana, una puttana (e ti scopo da puttana) muoviti vieni qua.
Non ti entusiarmare troppo, hai quello che meriti e quando lo dico io.
Non ti ho perdonato perchè non sei grata dell'opportunità di vivere con me e di abbeverarti alle crepe della mia freddezza.
Tu fai sprizzare il sentimento, quello di cui TU hai bisogno, poi richiudo i varchi.
Ma lo vedi come si comportano i tuoi figli? E' perchè non li sai educare, sono così riottosi e incivili, è colpa tua che li lasci come galline libere nell'aia e non li sai tenere, adesso ti faccio vedere.
Non risolvi mai niente, non sei capace di finire qualcosa.
"ma che ti tiene a fare?"
La vacca! La vacca nella stalla!
E stretta nelle pareti anguste rumini il fieno rancorosa, chiudendoti negli spazi vuoti della femminilità abituata alla superbia del dominatore, un giorno dopo l'altro, resisti portando carichi sempre più sfiancanti.
Sotto la placida sottomissione un barlume dello sguardo felino di antica tigre, lascia intendere sotto le lunghe ciglia, che fosse anche fra mille anni, una ribellione ci sarà o già c'è stata.

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mercoledì, 12 novembre 2008
RISO
Me l'avevi raccontata anni fa, la leggenda indiana del riso.
Un marajà - o era una divinità, una delle tante del caotico pantheon indù? - voleva sposare una giovane e bellissima principessa. Lei avrebbe acconsentito solo se le avesse procurato l'unico cibo che poteva soddisfarla quotidianamente, senza mai venirle a noia.
Il maraja – ma forse era un dio, non ricordo – mandò ai quattro angoli del mondo i suoi emissari per trovare un cibo così prezioso. Ed ogni volta che la fanciulla lo assaggiava dapprima lo apprezzava, ma poi subito alzava il nasino un po' schifiltata (mi ricordava la principessa sul pisello di Andersen. Tutte uguali, in fondo, le principesse!). Poteva mangiare fagiani tutti i giorni? No, ovviamente! Poteva ingerire funghi o carciofi quotidianamente? Ma quando mai!
Insomma il maraja – ma ormai sono quasi certo fosse una divinità – capì di essere stato buggerato: non esiste un cibo così, è una follia. Preso dall'ira trasformò la principessa (ecco... era una divinità, ovvio. Un maraja mica ha il potere di trasformare le persone!) la trasformò, dicevo, in una piccola pianticella che poteva attecchire solo dentro una pozza d'acqua.
Fu lì che un altro dio, impietosito, volle che la fragile piantina portasse con sé un bene prezioso: dei piccoli chicchi bianchi pronti a sfamare quotidianamente milioni di persone, ricche o povere che fossero.
Una bella leggenda, molto poetica, pensavo. Me ne avevi raccontate tante.
Ti ho amata più per quello che mi dicevi, quasi, che per te stessa. Ma anche questo non è vero: ora mi accorgo che non è affatto vero.
Mi ritrovo a pensare con sgomento quanto mi manchi, qui, sotto la pioggia, mentre seguiamo il feretro sciamanti, come tanti piccoli chicchi bianchi, dentro le glumelle dei nostri cappotti, all'umido delle risaie...
Ricordo il giorno in cui ti avevo incontrata, avevo contemplato quel sorriso duro, spiato muta e assorta nella tue occupazioni.
Più tardi avevo ti avevo ascoltato raccontare storie, tutte un po' estreme, tutte sul bordo come te.
Erano sempre storie di mondi lontani nello spazio e nel tempo, ove, vista la saggezza sdrucciola della morale con cui si concludevano immancabilmente, era chiaro come fossero tutte tue invenzioni o, perlomeno, tutte adattate, una realtà modificata anche nell'immaginazione.
Non so quali fossero le leggende originali, probabilmente nessuna era priva di contraffazione.
Mi facevi ridere anche se immaginavo che quella creatività si originasse da una mancanza di centro di gravità permanente o alcun altro centro pur di una qualche minima durata.
M'innamorai di quelle orbite, scommettendo sull'eccentricità trattenuta dall'entropia almeno dalla brevità delle nostre esistenze.
La vita accellerò e le storie diminuivano.
Come la principessa del racconto il naso si alzava sempre più spesso, sdegnato e l'aria che emanavi era sempre più indispettita.
Nulla riusciva più a soddisfarti, meno che meno il cibo, del sesso neanche a parlare.
Ero pieno di errori nel comportamento, nelle azioni, ero pigro, divenni muto e contemplativo.
Mi misi sull'attento, inamidato, l'avrei portata al riso, sarebbe stata felice di me, sarei diventato un maraja e poi stupita da tanto amore, tanta devozione alla sfida del vivere, sarebbe stata finalmente soddisfatta ed io sarei stato il suo dio. Toh, semidio.
Invece niente, dovevo migliorarmi, mondarmi, come la fatica del raccolto per le mondine, avrei dovuto crederci, resistere, avere forza per spezzare quell'atmosfera pesante e nera, mentre quel naso che si allungava verso il basso, scontento, un'ombra nera sulla palude.
Quell'estate avevo deciso che sarebbe stata l'ultima, le serrande abbassate ogni volta che rientravo e lei nell'ombra, quello sguardo verso gli orizzonti piatti dell'odio verso un mondo che non capivi, certo non apprezzavi:
"Cara raccontami una storia, una storia fra le risaie dell'Indocina, un ricco cinese del nord e una piccola e povera francesina con un fratello oppiomane… Oppure un pugno di riso barattato per una bomba a mano da gettare contro l'invasore giapponese nel Manchukuo, qualcosa che ci aiuti a sognare."
C'era un sorriso beffardo nelle poche parole, nelle scarse volte, sempre meno, che mi ascoltavi, mi sbattevi in faccia che io farneticavo spesso di "dialogo" mi irridevi: "Parla tu se vuoi, tu che hai testa e tempo per le cazzate...io devo 'fare', io c'ho da fare !".
Poi scappavi, forse verso Plutone o Nettuno, per ritornare precipitosamente presente, ma irraggiungibile.
L'inquietudine ci portava a spostarci, dovevamo andare sempre verso un altrove e l'ultima suggestione, ovunque spinti verso un'altra meta.
Che ci facevo ? Chi ero ? Come potevo influire sul destino ?
Avevi avuto degli svenimenti, la dieta, non ne avevi bisogno di dimagrire, certo non avevi bisogno di avere un nuovo motivo di nervosismo e insoddisfazione.
Quella volta eri nera, come l'aria d'autunno fra uno scroscio di pioggia e l'altro.
Passeggiavamo in campagna, avevi deciso qualcosa…che cosa avevi detto ?
Non so, seguivo come un cane obbediente, da caccia, triste e timoroso pronto a scattare per assecondare il tuo dovere.
Ero infelice, ma mi sembrava giusto, scivolavo, non capivo perché lo stavo facendo, ma t'avevo sposato e dovevo farlo.
Poi un sorriso, quella storia, potevo essere artecifice del mio destino.
Mi ero distratto e tu eri scivolata nella risaia, eri diventata come quella principessa, una tenera pianta di riso, un chicco bianco nell'acqua.
Eri tanto sorpresa che non ho dovuto nemmeno spingere molto, dopo che m'ero precipitato ad aiutarti e ti eri divincolata in malo modo urlando improperi perchè l'idea della passeggiata in campagna era stata, in origine, mia .
Arriverà, forse, un altro dio o semi-dio che ti sopporti e ti soddisfi e ti faccia rinascere da dove ti ho tuffata...
Mi mancheranno le tue storie, mi portano via, stringono le manette, ma non è per quello che il mio sorriso è amaro:
non hanno voluto credere che l'ho fatto soprattutto per te.

01:07 Scritto da: akamotasan (Webmaster) in AMORE | Link permanente | Commenti (28) | Segnala | OKNOtizie |
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martedì, 04 novembre 2008
TRAGHETTI
L'inquietudine antica, cosa cercherò nel domani ? Cosa voglio davvero ? Era questo il costrutto e lo stavo perseguendo ?
I passaggi e la necessità di fare delle scelte. Di nuovo dopo l'uomo primitivo dove tutto è pericolo, ore di competizione, di responsabilità.
Ore improbabili per gli incontri, le ellissi dei percorsi individuali si incrociano nelle eccentricità o nel luogo più scontato.
Ogni volta è una sorpresa e la paura di non ritrovarsi, che le colpe e gli impegni ci portino a pochi chilometri in lontani abissi.
Il rituale si riscopre nella ricerca del dialogo.
C'è così bisogno di calore in queste giornate di pioggia e gli occhi si chiudono per sentire il passaggio di emozioni.
Il letto è vicino e raggiungerlo è un piano inclinato, oliatissimo le pupille si dilatano della sorpresa che è la norma e i capelli, quei capelli una cornice che si dirama nell'universo e m'avvolge.
Entro nella persona e mi fondo, sento che c'è davvero qualcuno di fronte...c'è qualcuno con me.
Una piccola puntura, una ricerca di cosa, un insetto ? Un ago ? Si usano più le pulci senza cani ?
E nascondere quella massa ramata fra le coperte e le lenzuola e dalla ricerca che diventa gioco, sporgente l'ansa del corpo fasciata, chiusa nei vestiti, nella sua flessuosità ormai consueta, presente nuda nel ricordo prossimo, una molla d'amore.
La libero del superfluo, mi spoglio delle convenzioni, cravatta compresa, già inutilmente annodata.
Fuori ancora la pioggia, l'aggressività, la vita impossibile; nel letto non c'è niente di estraneo. Solo noi, felici.

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venerdì, 17 ottobre 2008
SPINTA ALL'EVOLUZIONE
Il ritmo interiore, continuo, un flusso di liquido denso corre in canali infinitamente lunghi, l'animalità muscolare: un cuore.
Percorsi quotidiani, la protettiva ripetitività della noia, l'ascesa e decadenza delle esistenze attraverso lo spazio di andate e ritorni frazionato nel tempo, un quadro di stasi mentre l'universo si dilata, una caduta eccentrica.
Incontri sempre più rarefatti, qualche comunicazione più difficile, aggregazioni e riproduzioni.
L'obbligo, la normazione, un forte senso di responsabilità: l'assunzione o l'impresa.
Le piazze come luoghi di compressione e le case come luoghi di liberazione, l'antro del labirinto mutato in corridoi oscuri d'immobili borghesi, falso movimento: percorsi d'ascesi.
La carriera, la routine, le incomprensioni, i passaggi consueti e quelli mancati, la cupezza dei faretti al neon e la pressione insopportabile di "vacanze da sogno": soffocare o un altro bicchiere di gin ?
Territori dentro la propria immaginazione, la fuga dentro sogni impossibili, da coltivare nei frammenti lasciati da una programmazione ossessiva: l'adulterio.
Qualche momento di luce, fuochi artificiali esplosi in stanze provvisorie o sorprendenti trasferte, l'arredamento non conta quando c'è l'incontro vero con qualcun altro: la polvere e la vanità.
Ritrovare la strada, lasciarsi vivere in tube, dotti, corpi cavernosi, ovaie, non solo il cuore conta ed un sorriso è una chiave di un cedimento delle fortificazioni...non ci sono state mai torri d'avorio nè le mura di Gerico con trombe divine che le facessero cadere.
Qualche volta è accaduto di avere una soddisfazione piratesca, qualche volta, a sorpresa, l'incontro con uno specchio guardarsi e scoprire una magìa: un sentimento.
La resistenza, il senso del dovere, l'istituzione, il sacramento e poi con quello che hai investito nel progetto, come si fa, sarebbe un delitto : quale il castigo !
Vociare indistinto di folla ai Negozi, capannelli di gente, due amiche dopo aver comperato la focaccia ai pargoli e aver benedetto il loro allontanarsi:
"Hai sentito ? Lei se ne andata...aveva un altro ! "
"Non le mancava niente, era così felice coi suoi figli ! Chi l'avrebbe mai detto ?"

Sidney : Ishino " Sculpture on the beach"
15:49 Scritto da: akamotasan (Webmaster) in AMORE | Link permanente | Commenti (23) | Segnala | OKNOtizie |
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sabato, 11 ottobre 2008
FORTUNA
Dormo da solo ultimamente, seguo completamente i miei soli ritmi...
Ho riscoperto un poco il sonno, anche se spesso, di questi tempi, verso le 3 e mezzo, quattro, comincia a sfuggirmi.
Poi qualche volta mi ritrovo sveglio alle sette che devo fare qualcosa per la casa.
Lavo un paio di camicie, passo lo straccio in un paio di stanze...tutto così inutile.
Questa mattina ho deciso che dovevo buttare un poco di plastica e della carta, la casa deve mantenere una parvenza signorile.
Il bidone della carta c'era, mentre quello della plastica no e il tempo scorreva, mentre dovevo essere alle 9.00 in Piazza Lima.
Comincio a cercarlo con i barattoli di Actimel vuoti e una vaschetta della verdura in mano...la borsa da professionista nell'altra.
Vado verso il campetto di calcio, un contenitore dal colore diverso, blu .
Una sensazione filtrata dalla suola, la morbidezza che si sfalda.
Ho pestato una merda con il piede sinistro !
E mentre zoppico pulendomi nel manto erboso, mi chiedo quale fortuna possa colpirmi oltre che arrivare in ritardo all'appuntamento dal direttore generale...
Poi nel pomeriggio mi telefoni.
Sono un po' meno solo.
Basta fortuna per oggi.

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domenica, 05 ottobre 2008
INTERSEZIONI
La vita è appesa a un filo.
C’era chi la filava, chi la tesseva e chi la tagliava.
L’evento naturale più comune e inspiegabile o forse troppo scontato, fonte di terrore.
La curiosità contro l’inconoscibile, la continuità degli elementi senza la prosecuzione dell’ordine. Per il nostro sentire: la fine.
L’esistenza si allunga e aumenta la classificabilità degli eventi naturali che impattano la nostra percezione, facciamo dei distinguo.
Invece della linea retta notiamo il tracciato delle curve.
La ragnatela si tende, una liana, come le foglie sugli alberi, cadiamo, il tronco di cono, una leva, una molla.
Movimenti casuali diventano funzionali, un peso, attaccato a un filo o in fondo a una sbarrra, è abbastanza economico, dal punto di vista dell'energia, per far muovere, a lungo, i meccanismi di un orologio.
Poi c’è l’attrito mentre si sogna il moto perpetuo.
Qualcosa si fa. Ci agitiamo più o meno frenetici e viaggiamo verso galassie lontane. Sbagliando.
L’entropia, il buio interstellare, la navigazione su un mare color del vino guardando quegli stesse astri dal basso, la terra piatta, una bidimensionalità schiacciante e la necessità del periplo.
Per questo Ulisse, quel mascalzone ci piace e speriamo nel profilo di isole forse ospitali, forse irte di scogli.
E se i fili sono due, allora questo è il circo e indossata la mia tutina aderente volo.
Chissà se c’è la rete, l’importante è che ci siano braccia pronte dall’altra parte.
Sono pronto, salto.


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venerdì, 12 settembre 2008
INVECCHIARE
Quando ero piccino non andavo all'asilo e ruzzavo sia nelle quiete dei campi del baby boom sia in casa fra le robuste gambe della mia mamma.
Alle nove del mattino alla radio c'erano i radiodrammi magari ci sono ancora, dubito che la RAI continui la sua funzione educativa, ricordo alcuni racconti letti da Tania Albertini Tolstoj, Romantico Trio dove Clara Wieck Schumann (moglie di Schumann) cedeva alle lusinghe di Wagner...e storia di Genji il principe splendente...
Quest'ultimo deve essere stato uno dei responsabili della mia vicinanza al Giappone...nella mia ingenuità di bimbo pre-scolare, era difficile comprendere (e alla maggior parte degli italiani appare ancora astruso), perchè un valente guerriero si commuova per un fiore di ciliegio o per un fiore di pesco o possa stare ore a contemplare un susino.
Che l'eroe possa accoppiarsi con la metà delle concubine dell'harem imperiale, con qualche principessa e magari altre nobili e popolane, senza essere un pirata, ma con la classe e il distacco di chi ha scelto un pasticcino invece dell'altro senza nemmeno avere una gran fame e che le stesse "pasticcine" sbocconcellate non abbiano risentimento, ma al limite provino dello struggimento per la sorte avversa, per le strade che si biforcano, mi ha sempre intrigato.
Sintetizzando quel che rimane dall'ascolto o dalla lettura del Genji Monogatari è possibile affermare che gli uomini compiono a volte azioni malvagie.
Non per questo sono malvagi. Semplicemente vivono.
E' valida nel Racconto di Genji, la prima delle Quattro Nobili Verità annunciate dal Buddha nella predica di Benares: la vita produce sofferenza.
Ritornando alla nostra esperienza, un sorriso di comprensione, talvolta velato di tristezza, agendo convinti, poi, che nella decisione si sia comunque operato al meglio o si sia commesso, comunque, un piccolo delitto modificando la stasi e scegliendo la dinamica e quindi la decadenza.
Eppure rispetto all'immobilità così astratta quanto fascino nel decadere, presenti ma irresponsabili, assecondare il trasformarsi della natura, invece che il santo stilita, arrampicato in cima alla colonna per fuggire il peccato, essere parte, talvolta molto attiva, del corso degli eventi, contaminato, fallace, colpevole, sconftto, peccatore impenitente.
Nascita, crescita, decadenza e morte. Linee non sempre rette, curve che ipotizzano il ritorno indietro anche di qualche passo. Universi che si incontrano nel mezzo, infinite incognite, infinite possibilità.


Crepe nel corpo,
come uccelli nella voliera
la vecchiaia offre poco ?
Durata: Il tempo di mettere la lacca su una cofana splendida e poi via con la pasta al forno.
Commento: La vecchia Roma d'Agosto, stupenda...solitudini bizzose, felicità e sclerosi , i complessi d'Edipo semi risolti
Bel film si ride... un tempo sospeso, una vita che prosegue senza data di scadenza.
99 Posse: Quello che sei per me
07:53 Scritto da: akamotasan (Webmaster) in AMORE | Link permanente | Commenti (27) | Segnala | OKNOtizie |
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mercoledì, 06 agosto 2008
SAN GIORGIO E IL DRAGO
Quanto è alto un drago ? Un palazzo di cinque piani o di otto ?
E la lancia quanto può essere lunga e nella calura estiva si piega ?
La missione lo esige e la volontà ormai è formata, parto con la lancia in resta.
Dove è la fanciulla da liberare e quanto sta in alto in questo palazzo mostro di grigio, la vampa m'uccide e dovrò lottare.
Ma chi dei due è più prigioniero e quanto è lunga la lotta.
Forse più che la lancia la prigionia sarà spezzata guardandosi nello specchio e increspando la sua superficie lanciando dei sassi.
Che la magia sia lo specchio lacustre o le onde concentriche l'affatamento è nello sguardo, nel primo forse.
Poi oltre la bella e la bestia nessuno indagò mai sulle connessioni, le parentele e le affinità della custodita e del suo focoso custode, anche se coperto di piastre verdi, certo si finisce per assomigliare all'animale di convivenza...il cane, il marito od il drago.
La natura della liberanda sarà un poco quindi draghesca e forse la morale, il nous, l'integrità sarà lo scudo al ventre molle del magico rettile volante, altro che diamante e altro che spada.
E tutti a contemplare che l'oggetto in cui infilzare la lancia erutti un fiato incandescente e nessuno che nel lago d'agosto vi si formi uno strato di ghiaccio e che i sassi invece che onde formino graffiti e scheggiature, rimbalzando.
Eppure cavalco e anelo lo scontro.

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martedì, 08 luglio 2008
CALDA ESTATE
La cinta muraria e il punto debole, la struttura progettata per difendersi e il luogo del passaggio.
La cedevolezza della chiusura costruito in vista dell’ariete che la distrugge, un sorriso di disfatta non invisa.
Il caldo, fatica costante, cadenzata nella frequenza, produce sospiri e sudore.
Un’albicocca, da saggiare con la lingua, viene aperta, l’osso resiste, viene spinto sempre più indietro, poi il frutto si apre, liberando il profumo.
Nell’esperienza il pneuma non fugge, si preme si pressa e si torce, ma nessuna sofferenza sorpassa la ricerca, l’osso umano è più elastico e il peso riceve una spinta dal basso verso l’alto, mentre qualcun altro spinge dall’alto verso il basso…credo sia meglio.
C’è una sacco di liquido dentro e forse Archimede non era in una vasca da bagno…
La pesca è più vicina all’esterno, più morbida, vellutata, pelosa, al morso produce sugo zuccherino, si affonda nella polpa con precisa e avida voluttà.
Porosa e impermeabile la pelle, prima una goccia e poi altre scivolano sull’ondulato percorso, sembra il mercurio negli esperimenti, scende e si separa dai nostri corpi, nell’atto, una pellicola di passione che avvolge questo animale da leggenda.
Dalla porta finesta della casa di ringhiera, un rettangolo di cielo, voci del palazzo prevalentemente nordafricane, le lenzuola una sindone, un sudario per corpi ben vivi.
Se l’unicorno è l’animale nelle leggende più puro e il rinoceronte ha un corno che in molte culture favorisce la virilità, opposte tensioni dell’umano fra l’elastico e la natura formano archi di lotta.
Ho vinto la battaglia impossibile contro quel nemico sintetico, ho tolto le mutande, i nostri sorrisi altri archi d'intesa.

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mercoledì, 25 giugno 2008
ALFEO e ARETUSA
L’occasione ufficiale, un precipitato di storia in un luogo ove esisteva solo la cronaca, la tranquilla esistenza della borghesia illuminata e graziata dall’esistenza di provincia verso la multinazionalità e la globalizzazione prima che la parola venisse inventata.
Il disincanto per molti è d’obbligo, una festa popolare e paesana per un luogo che paese non è.
Dal ritorno al privato al vecchio individualismo, ognuno potrebbe farsi i cavoli suoi.
Invece dopo decenni la cosa riesce, c’è voglia di vedersi e rivedersi…
E’ quella la voglia ?
L’estate alla sua partenza in sprint, bimbi festanti, i daini a pascolare poco distanti, mamme splendide in abiti radical chic.
La festa e la vendita di magliette celebrative, il libro scritto da autori sandonatesi…
Il libro si vende neanche fosse un BrunoVespa o una SusannaTamaro, a pacchi…si divora il desiderio di dare corpo alla nostalgia.
Ecco che sul prato si profilano le forme di gruppi, i più vari, coppie, singoli, fronteggiano la nostra conferenza stampa…reggiamo l’assalto. Nessuna domanda.
Uno specchio di vita felice e di Italia privilegiata, qualche piccolo dramma (sussurrato da tutti) oggi un poco addormentato.
Eppure guardando meglio, grazie a quel poco che so e vivo, vedo nelle profondità immateriali, evidenti passioni, sentimenti, voglie, passaggi di correnti come Alfeo, dio fiume innamorato della ninfa d’Acaia, che nel mito attraversa il Mediterraneo per abbracciarla in Sicilia. Io stesso non ne sono alieno.
Scorre, scorre l’amore, la sensualità pronta ad esplodere in ogni momento, i coiti rubati alle pause pranzo, gli straordinari e le partite di tennis trasformati in lontananze dal mondo e poi forse le trasferte, le fughe per sempre.
Dentro le stesse persone, apparentemente felici, cresce il desiderio nel caldo e nel sudore.


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giovedì, 29 maggio 2008
REALTA' ACCELERATE
Certe volte hai bisogno di una rete, qualcosa di non necessariamente kantiano....e poi perchè no, che ci vorresti mettere al posto dello spazio e del tempo ?
Già la legge morale ci sta o non ci sta.
Percepisci che le cose possano avere un senso, una qualche legge, magari più d'una che le regga come le stelle fisse del firmamento che non sono più tali, la causa effetto ? Già va meglio namiorengekyo, può sempre servire.
Cadono cellulari, animali, scooter, respirano forse le pietre, c'è dello spirito kami in ogni cosa, se c'è in noi, potrà pure esserci ovunque, c'è la gravitazione e poi il fascino del fine dell'entropia e tutto si dilata, come un respiro, appunto.
La scusa è nuotare, una bracciata e prendi fiato, sempre che ci si nutra di aria e ci si sposti effettivamente nello spazio, che si sposta a sua volta.
E poi qualcosa o qualcuno, o chissà quello stronzetto con le ali e l'arco o forse lo stesso Shiva, prende e accelera le nostre esistenze magari verso la morte, un tempo denso come lo zucchero filato prima di finire sui bastoncini o è il croccante ?
E non siamo nemmeno a Grenoble....e forse non siamo nemmeno atomi.
Divisibilissimi.

22:30 Scritto da: akamotasan (Webmaster) in AMORE | Link permanente | Commenti (18) | Segnala | OKNOtizie |
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lunedì, 26 maggio 2008
Lo specchio del desiderio
Il Barone ha sentito la morte prossima e con un sorriso mi ha passato il testimone, a caro prezzo.
Ferenc voleva che lo chiamassi e intanto mi scuciva franchi su franchi...sapeva il fatto suo.
Ne aveva viste tante il Barone Hatvany, era sfuggito ai nazisti, ai sovietici, aveva trattato con tutti e sfuggito a tutti.
Aveva salvato i soldi, la vita e opere d'arte, anche quella più segreta e degenerata.
Raccontava che teneva la tela dietro un pannello e non la mostrava a nessuno, immagino che riflettesse sulla fondatezza di quel quadro e di quel titolo e in mezzo a quelle tragedie se la ridesse, se la ridesse alla grande.
Volevo tenerlo come test in studio, ma sarebbe stato troppo devastante per alcuni e forse poco serio per il mio prestigio di psicanalista.
Eppure quel monte di Venere, quella vulva rosa, un motore immobile, una spiegazione per tutto la madre, il desiderio, l'origine, l'Origine del Mondo.
Già vedo i miei amici più cari, abituati come me a disquisire dottamente degli argomenti più vari...
Marguerite, Claude, Dora, venite...non guarderò il quadro di Courbet, quando ve lo mostrerò, io vedrò, mentre ve lo mostro, dentro voi, lo stupore e il desiderio nei vostri occhi più nudi che mai.
Jacques Lacan-Ultimo privato a possedere L'Origine del Mondo.

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lunedì, 19 maggio 2008
ABITUDINE ALLA SOFFERENZA
Chi ha inventato la clessidra dev'essere stato uno che odiava i suoi simili.
Oppure aveva provato lo sgranarsi dei giorni e l'accumulo del grigior sulle sue antiche preoccupazioni...magari un giorno di bonaccia lontano da casa, o una settimana di tempeste con l'ansia di uscire a pescare.
Il tempo scandito e il pensiero che si fa sempre più pessimista incardinandosi sulla razionalità: ho questo destino, sono io che sbaglio, forse il karma...
Anche nelle gioie o nei vari sabati del villaggio, la possibilità che possa esserci sempre la fregatura, e qualche volta questa c'è davvero o magari non si arriva nemmeno a gustarsi l'attimo.
Qualche volta c'è il callo nell'anima e ci si abitua a soffrire, a pensere a se stessi come un granello di sabbia all'interno di un percorso obbligato che dall'alto porta invarabilimente a sprofondare nel basso.
Oggi a Milano, si incontrano persone che, così allenate a mordere il freno, contengono la loro sorpresa, guardi sotto il loro braccio, c'è un giornale rosa, li riguardi in volto e vedi un mezzo sorriso pronto a sbocciare.
Qualche volta l'inaspettato ti sorprende, piacevolmente.
Contro le più scontate e pessimistiche previsioni, talvolta, si vince come si sperava.

21:45 Scritto da: akamotasan (Webmaster) in AMORE | Link permanente | Commenti (46) | Segnala | Tag: sport, speranze, destino | OKNOtizie |
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