POLPETTE AI FUNGHI (BOTTIGLIE E MESSAGGI)

Era andata così…si erano trovati e lui era, lui non era…
Una sorpresa, non un principe azzurro, non quello che desiderava, ma qualcosa che non aveva mai nemmeno immaginato.
La faceva arrabbiare, la metteva in discussione, la scioglieva di dolcezza e la picchiettava come una pioggia di primavera.
Fastidioso talvolta, molto fastidioso.
Entrava nella sua testa con quei suoi modi, pretenziosetto con le sue imperfezioni, perfettino e superbo.
Lei per questo l’amava, torreggiando a sua volta.
Un giorno di quiete assolata, questo legame magico, qualcosa che poteva unirli per sempre si spezzò.
Qualche scazzo, qualche impuntamento da caprettina sull’orlo del burrone e quella quiete millantata di quel falso principe azzurro, da bue placido ma ostinato, sempre parecchio ostinato.
Il mondo era così bello, così, come dicevano i greci ? “thaumastà”, terribile, grande e terribile e c’è tanta gente intorno.
Fidanzati e fidanzate varie…due belle e intriganti persone.
Poi in un luogo dove i destini sembravano mancarsi e incrociarsi, una stupida autocisterna colpì il taxi di lui, morto sul colpo a Nuova Delhi.
Ogni tanto lei, che ha avuto un’altra vita, passa per il cimitero a salutarlo.
Scusa, ma chi ha lasciato chi ? E se stavate così bene perché non vi siete ripresi ?”
“Non lo so, è andata così….eravamo giovani e fra noi non so sicuramente come sarebbe andata; in quel caso sicuramente non si può tornare più indietro, neppure vagheggiarlo, non è vero pentimento non ce ne è materia bastante, è un fiore di ciliegio che cade, un leggero rimpianto di primavera.”
“Però ci penso…”
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TELEVISIONE ?

Sono stato tanto tempo al buio, ero tranquillo, sentivo che mi stavo espandendo, non avevo limiti, forse all’infinito.
Non avevo paura e non c’era nessuno che mi scocciasse.
Forse passavano i secoli, i millenni ma la mia sola presenza mi bastava, pago di me, nemmeno lontanamente anniato.
Poi si potrebbe dire un vento o forse un prurito, la voglia di contemplare qualcosa di finito che spezzasse l’eternità, un punto luminoso.
Potevo farlo e l’ho fatto.
 
Il desiderio. La felicità del possesso totale, la fame che si alimenta senza la soddisfazione totale e si trasforma in crapula.
Il cielo stellato.
Loro le eccezioni e io ad occupare gli spazi siderali, gli enormi interstizi del vuoto, per lo più contemplativo.
Voglia di rumore.
 
E ascoltai il fruscio del vento, ma prima i vulcani e i terremoti e prima ancora i tuoni.
 
Il movimento è interessante, di suo.
La mia percezione del brulicare, la frenesia con cui le cose mi comparivano e io giosamente creavo, sentivo e facevo.
 
Poi, infine la gente.
Crescevano, si accoppiavano, si moltiplicavano, si lamentavano, urlavano, si uccidevano.
 
E non avevano le ali e quello era andato con quello mentre stava con quella e la fine era arrivata troppo presto e troppo tardi e quell’altra stava con quell’altro e quell’altro mangiava troppo….avevo messo delle regole facili, facili, qualcosa di alimentare, qualcosa di sessuale, giusto per non lasciare il percorso in discesa, ma loro niente…infelicità e rumore e urla, tante urla.
 
Ho mandato un diluvio. Avevo sbagliato qualcosa…cioè non proprio sbagliato, ma che cavoli nella perfezione non c’è divertimento ! 
 
E adesso ricomincio da capo, ma col cavolo che mi faccio coinvolgere, un bel mondo luminoso quanto basta, come viene viene, colorato, da guardare, per vincere la noia ma se c’è un casino…Basta ! Mi volto da un’altra parte e se la sbrighino da soli !

 

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