ALFEO e ARETUSA

L’occasione ufficiale, un precipitato di storia in un luogo ove esisteva solo la cronaca, la tranquilla esistenza della borghesia illuminata e graziata dall’esistenza di provincia verso la multinazionalità e la globalizzazione prima che la parola venisse inventata.

Il disincanto per molti è d’obbligo, una festa popolare e paesana per un luogo che paese non è.

Dal ritorno al privato al vecchio individualismo, ognuno potrebbe farsi i cavoli suoi.

Invece dopo decenni la cosa riesce, c’è voglia di vedersi e rivedersi…

E’ quella la voglia ?

L’estate alla sua partenza in sprint, bimbi festanti, i daini a pascolare poco distanti, mamme splendide in abiti radical chic.

La festa e la vendita di magliette celebrative, il libro scritto da autori sandonatesi…

Il libro si vende neanche fosse un BrunoVespa o una SusannaTamaro, a pacchi…si divora il desiderio di dare corpo alla nostalgia.

Ecco che sul prato si profilano le forme di gruppi, i più vari, coppie, singoli, fronteggiano la nostra conferenza stampa…reggiamo l’assalto. Nessuna domanda.

Uno specchio di vita felice e di Italia privilegiata, qualche piccolo dramma (sussurrato da tutti) oggi un poco addormentato.

Eppure guardando meglio, grazie a quel poco che so e vivo, vedo nelle profondità immateriali, evidenti passioni, sentimenti, voglie, passaggi di correnti come Alfeo, dio fiume innamorato della ninfa d’Acaia, che nel mito attraversa il Mediterraneo per abbracciarla in Sicilia. Io stesso non ne sono alieno.

Scorre, scorre l’amore, la sensualità pronta ad esplodere in ogni momento, i coiti rubati alle pause pranzo, gli straordinari e le partite di tennis trasformati in lontananze dal mondo e poi forse le trasferte, le fughe per sempre.

Dentro le stesse persone, apparentemente felici, cresce il desiderio nel caldo e nel sudore.

 

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TRAVE-Nastia Liukin
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Brivido Caldo di Lawrence kasdan 1981
Brivido caldo
 dove porta l’estate
sudando si gode.

PIETAS

Il viso aguzzo, gli occhi puntati di spillo. Diffidenza contadina vicina alla stupidità, volto quasi da uccello, una donna di montagna povera, forse del Sud, Calabria o interno della Sicilia forse.

L’ho incontrata mille volte, abita nei dintorni, forse con una sorella, forse un’altra vecchia con lo sguardo duro…o una cognata ? Mai un’occasione di vicinanza, dialogo, chiacchiere.

Solo so che è lei e se la vedessi in Polinesia o in crociera direi “abitiamo vicini” per ritrovarmi osservato come se fossi un malfattore, un imbroglione.

Spesso la gente non vede, non guarda o almeno non osserva come me.

Il solito percorso verso il garage, anzi stavolta mi fermo al bancomat.

Vedo verso l’angolo, qualche metro più in là un piccolo capannello, è lei parla al telefono, lo sguardo fisso, la gente attorno sembra consolarla.

Non capisco se parli davvero al telefono o racconti qualcosa alle persone raccolte attorno a lei.

E’ orientata sempre con lo sguardo verso il basso e verso la vetrina di uno dei negozi.

Ho prelevato. Mi avvicino.

Il negozio è il veterinario.

Sento un brandello di conversazione: “…mi sono svegliata e non si muoveva, era fermo…”

Guardo anch’io nella stessa direzione. Il negozio è il veterinario.

Sullo scalino di marmo, un mucchietto di pelo depositato.

Gli occhietti come bottoni, semiaperti. Il cane è morto, nessun veterinario lo può salvare.

La signora con il viso aguzzo, lo ha portato, lo ha depositato, ma non per terra, sul marmo elegante.

Ora lo racconta, lo racconta al mondo e piange, un pianto dignitoso e trattenuto, ma continuo.

Mentre passo oltre, un’altra signora si ferma, s’intenerisce, chiede e il racconto ricomincia.

Nella “fredda Milano” c’è ancora voglia di condividere dei sentimenti, anche la mattina.

 

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Kolkata: Buco
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Guida per riconoscere i tuoi santi di Dito Montel
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Monteverdi:Orfeo e Euridice. Tu ch’innanzi morte