PROFUMO DI PERSIA

 
Tabriz, Isfahan, Bassora, Zakron, Teheran erano nomi familiari a Paperopoli, come potevano esserlo Cortemaggiore, Piadena, San Lorenzo in Campo, Pisticci.  
A questi paesi italiani, talvolta molto piccoli, era stato concesso, grazie alla loro virtù minerale, di divenire nomi di vie circondate dalle casette rigorosamente della Lego.
Erano tutti luoghi dove era stato trovato il petrolio, anzi quando l’età permetteva di fare dei distinguo tecnici, vi erano stati scoperti dei giacimenti di idrocarburi.
L’Iran, era un posto dove alcuni dei genitori vivevano per lunghi periodi, alcuni nostro compagni erano persino nati, altri vissuti in quei luoghi, c’era stata una dolce vita, ville e lusso protetti dal Trono del Pavone e dallo Shah, Reza Pahlavi ed ovviamente dalla Savak, la crudelissima polizia segreta.
Da quelle pietraie lontane, da quelle sabbie mitiche divenute per joint venture così laboriosamente quotidiane, si stratificarono sui pavimenti degli appartamenti paperopolesi decine di tappeti.
Tutto il sapere di secoli di nomadismo in iurte, capanne di fango, tosature e generazioni di piccole mani esperte di nodi, azeri, tadjiki, kazaki e genericamente persiani, si riversava come un fiume di lana trattata su parquet, marmi e piastrelle medio-altoborghesi.
Dalle ricerche alla scuola elementare ed una conoscenza un po’ astratta, l’universo si aprì nell’adolescenza.
Spesso i sabati, gli appartamenti in penombra si aprivano misteriosi a feste più o meno devastanti, case spesso vuote di adulti impegnati in alti compiti, magari questa volta in Nigeria o più prosaicamente a sciare nel weekend.
Ritrovare qualche volta la funzione primaria dell’ideazione del manufatto, la carezza totale della superficie tessuta con la schiena su quei pavimenti, la perfetta donna vitruviana e la parafrasi maschia di un Tau, una crocefissione dove ad inchiodare al supporto è la sua stessa carne e più forte di ogni anima di cemento, la volontà ed il desiderio.
La morbidezza sostenuta chiama al ripristino della natura, si scindono le complessità rimangono gli elementi:
un tappeto, due corpi di animali, mammiferi come l’origine del tessuto ed a coprirli capelli a raggiera, come un’ampia felce, ad occhi chiusi due sorrisi, cullati dalla passione.
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FUOCHI ARTIFICIALI PER IL 60 anniversario dell’Indipendenza Indiana, per tutti gli altri Buon Anno.

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SOTTO GLI ULIVI di Abbas Kiarostami (Iran 1994)
Voglia d’amore,
La speranza infinita,
Corona il cuore. 
E per la fine che apre il cuore ci andrebbe una carrellata con Mendhelsonn, ma per vicinanza emotiva forse
 i Talking Heads sono più consoni

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CRISTO

Un respiro, un tempo vuoto sempre più lungo, l’ansia. Un sospiro, l’affanno.

Un altro scambio di ossigeno, l’interrogativo negli occhi: sentire un altro gonfiarsi, accade ancora un’altra volta e quel che è natura scontata, ogni volta nella sua ripetitività appare meno scontata.

L’attesa dell’inevitabile, mentre la speranza culla gli ultimi minuti.

Il disfacimento dell’individuo in forme più elementari ed il passaggio all’immateriale apparente ed è solo infinitamente piccolo, i mattoni dell’esistenza.

E’ la sofferenza l’unica possibilità offerta del mondo fluttuante di ricordare che quella vissuta è davvero realtà ?

La parca che taglia il filo è un lusso che pochi possono permettersi e nessuno percepire come avvicendarsi.

Quella persona comparsa è un ricordo di qualcosa vissuto davvero ?

Invece la passione della gente normale, la decadenza in cicli sempre più annichilenti, alimenta la nostra certezza di essere oggi ed il dolore, permette fra una cure e l’altra di guardare negli occhi; un altro respiro, c’è ancora un soffio.

Prendiamoci per le mani, ti s’accompagna, una barchetta di carta poggiata sull’acqua, almeno quella calma.

C’è il buio che ci circonda, ma ci sono le stelle, un sorriso. Ora c’è pace.

Vai pure, ti trattiene il nostro egoismo, basta con questa sofferenza, ci rivedremo.

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MOSCA-ALBERO DI NATALE
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21 Grammi di Alejandro Inarritu
Nascite e Morti
ciclica necessità
quanto dolore.
 FONDAMENTALE

Ben se’ crudel, se tu gia` non ti duoli pensando cio` che ‘l mio cor s’annunziava; e se non piangi, di che pianger suoli?

Siamo piccole foglie fragili e dobbiamo convivere con questo pensiero.
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COMMUNARDS: Don’t leave me this way