Svanire nell’estate

Nuvole gonfie

 

Felicità di pioggia

 

Cupio dissolvi

 

 

 

d611cff8f59e6482209caa1bfd50f27a.jpg

La beatitudine degli occhi e la fine, il desiderio e la paura.

Se la sorte immediata del singolo è motivo di timore, l’evento che sovrasta il controllo e l’immaginazione affascina nella sua inquieta essenza, manifestazione ‘meravigliosa’ del divino.

La grande nevicata, la grande epidemia, la tragedia, il catastrofico terremoto.

In questa terra dei Ciclopi, ma anche di Proserpina, la rinascita è stupore e al secco succede l’umorale. Dev’essere stato davvero terribile, una fine del mondo, ma il suono delle parole culla e pregusta…”il catastrofico terremoto del 1693″.

Le rocce tornate allo stato naturale, l’apocalisse e discesa da quella un gioiello, Ibla, completamente ricostruita secondo le forme ed i canoni del barocco.

La sete del vedere e la fuga all’indietro, nell’entroterra, dalle sirene della spiaggia assolata….un autobus, uno dei tanti autostop in quel segmento di asfalto segnato ai lati dalle pompe canadesi ed ecco a contemplare su una mammella di terra, Ibla la bizzarra architettura fascista di Rakkusa, diventata provincia contro la Modica comunista scendendo le vie, come bronchi…sempre più piccole e vivo il barocco.

Dal respiro della collegiata di San Giorgio, mi perdo nelle curve di saliscendi e nei fregi di convincenti rotondità, nulla è più diretto, tutto culla.

Il sole calpesta il creato e riduce la mia distanza dalla terra, forse più di un polmone sono digerito da queste tortuosità e nella speranza di trovare la mia natura di uomo, spero di incontrare qualcosa di meno immobile di una fontanella chiusa, è solo pomeriggio, qualche vecchio raggiungerà le sedie impagliate lasciate fuori dall’uscio…

Intanto cammino, potrebbero essere ancora arabi gli abitanti di questo frammento di terra forata, crollata e ri-edificata, potrebbero essere normanni, nessuno.

Lo specchio dell’immobilità è il gesto un drago scheletrico di pietra viene trafitto nell’eternità da un San Giorgio di pietra, scheletro a sua volta, una delle poche cose rimaste “vive” dopo “Il” terremoto, il portale laterale della vecchia chiesa. 

Il sole è un poco sceso…picchia pesante, il blu vira al cobalto. Devo uscire da questo frammento di fiaba, certo il tempo ricomincerà a fluire alla fine di questo pomeriggio.

Dov’era l’orologio ? Forse sono tornato verso la vita normale, un punto un pò meno svuotato, sono le otto di sera..

Più di mezza giornata vissuta come se fosse ancora il tempo del primo caffè, ritorno verso Marina, gonfio d’eternità solare. 

[ KAGEMUSHA POSTER ]

Kagemusha di Akira Kurosawa (1980)

L’ombra ora s’è mossa

la cupidigia uccide

che errore è stato

Familiarità

Piccoli parallelepipedi con sporgenze diverse sporgenze rotonde sulla faccia superiore e una cavità rettangolare sul fondo.
Tutto un mondo senza degrado, o perlomeno ben nascosto, pulito, multipli di un’ unità di base, simmetrico (nei limiti) poche varianti a costruire l’universo.
Quando va bene un sorriso standard e colori decisi, quando va male una faccia piatta comunque affidabile, da lavoratore obbediente, un soldato del Reich.
Qui è come stare in un mondo della Lego, nessuno scherzo, tutto preciso, tutto sicuro, lo dicevo sempre a Bruno che anche se il tempo fa schifo, questa è vera vita, lontanto dal vero grigiore, da una vita di tensioni, dove ogni passo è un pericolo e gli altri sono così importanti ed il lavoro è tutto.
Qui si possono mettere delle porte fra un’attività e l’altra, si tengono i contatti con casa propria, la famiglia, girano soldi e ci si diverte senza che nessuno sappia chi sei e cosa fai, solo che hai il portafoglio gonfio, anzi no, solo che hai la carta di credito con il conto pieno di quattrini, si pagano le tasse e si scorre sui binari a velocità impensabili. 
Avevo ragione e cogli anni è diventata questa nostra è diventata una storia di successo, invece che ficcarci in quei tunnel senza uscita, siamo qui splendenti, magari un circondati dal grigio, ma lo stesso zio Bruno, anche se ha la testa altrove, spesso mi sorride per le opportunità, per il suo ristorante, per questa parte di vita.
La ricchezza, le donne grandi e grosse, fatte apposta per divertirsi, le auto solide ed indistruttibili e se c’hai la testa i guadagni che crescono, tutto o quasi alla luce del sole, altro che giocare coi mattoncini, li ho collezionati, ma adesso mi verrebbe dire che ci vivo in mezzo, in questa atmosfera di plastica.
Forse un po’ di solitudine, ma qualche volta qualche faccia di amici ricompare ed in fondo confronto al mondo si è sempre ad un tiro di schioppo.
E’ ora di andare a dormire…un volto familiare, sembra quasi….
Pensare che è tutto connesso, che ci sono dei solidi accellerati che entrano dentro corpi più molli e lenti, il picchiettare  spingerebbe in un altro momento a guardare fuori per controllare se è pioggia o grandine, un martellìo come di sassolini, cadenzato, qualche pausa di silenzio, una ripresa; ora sento un secondo personaggio a lato, il movimento più che vederne la presenza, il rumore dei colpi non è in sincrono e per qualche istante non esce il sangue a nessuno di noi…non cade la grandine, cade lo zio Bruno per primo, i nostri amici cadono sotto i colpi, poi pure io sono improvvisamente stanco…era qualcosa di familiare che ci aspettava, quell’altra famiglia, i nostri nemici.
 Qualcosa a Legoland di non controllabile si sparge attorno lento ed inesorabile, il nostro sangue, ovunque, tranne che nei nostri corpi.
e91c5e545d4b1bf71518002fefa0d4a7.jpg
Film di riferimento
Il Mucchio Selvaggio di Sam Peckimpach (1969)
“Il più pulito ch’ha la rogna”
E niente cine haiku stavolta
solo che l’indicazione che sono stato anch’io kalabrese
per un periodo della mia vita
fa0c258a9fb29aa593fdaaab474025cd.jpg