1951- Omaggio alla Regina- io la capisco

 

Sono tornato.
Le tragedie della famiglia si erano sommate a quelle nazionali ed io me ne ero andato dalla mia città per trovarmi "ospite" vicino al motore industriale d'Italia.
Zio Ivan e soprattutto Zia Rosina, lo facevano per "l'anima santa della beata mamma", io soffrivo ed ingoiavo tristezza e rancore.
Con tutto che ero un privilegiato, la casa del direttore dello Stabilimento Dinamite Nobel, il nipote dell'ingegnere, era duro venire da un' Italia diversa, praticamente da un'altra nazione e per anni c'ero stato da una parte io e dall'altra loro, i Piemontesi. 
Non sapevo neppure se sentivo più freddo, quello interiore, quello delle pressioni di tutti e della diffidenza di tutti, quello che nessun cappotto avrebbe scaldato. 
Le superiori, il diploma di geometra e poi un po' di professione libera.
Ma la città, la grande città vicina era fredda, la gente arrivava in masse sempre più numerose con la speranza di sfuggire la povertà e la sconfitta nella mente dello sradicamento dell'emigrazione. 
Il fascino dello sfuggire al luogo comune, al movimento delle popolazioni, decidere d'essere finalmente grande, autonomi ed allora via al ritorno, alla fuga verso Sud, la città fra le montagne, capoluogo di Regione, mezzo per la verità, perchè l'altro mezzo l'avevano dato alla Provincia del Vate.
Là dove sono rimasti i fratelli e le sorelle, una parte della famiglia esplosa, magari qualche calore nel freddo dell'inverno nevoso, si trova.
Intanto la gente si saluta per strada e la ripresa sta  diventando boom, anche qui dove non ci sono fabbriche, ma sono geometra e dovranno pur costruire; l'erede della dinastia, il primogenito quello che nei nomi di famiglia porta Vincenzo ed il cui figlio si chiamerà Cesare come mio padre e così alternati nei secoli passati e futuri, sta facendo fortuna sull'altipiano delle Rocche, dove i romani prenotano seconde o terze case.
Certo a Torino i bar possono essere tristi, ma alcuni hanno già un aria che ho visto nei film americana, mentre qui per incontrare una donna, che non sia una pastorella, devi andare  in Chiesa ed io in Chiesa non vado.
Intanto però posso sognare perchè rispetto a tanti paesi, L'Aquila è una metropoli, cinque cinema, alcuni che in occasioni speciali diventano teatro.
Ne ho visti tanti, alcuni doppio spettacoli, confusi con gli anni e le produzioni, sempre incantato.
Oggi è freddo e non ho niente da fare.
Io ne ho visti tanti di film americani dove c'erano i giapponesi, così cattivi come possono essere i coccodrilli o gli insetti.
Con i coccodrilli non puoi provare a parlare, non sono come le tigri ed i leoni che puoi ammaestrarli, o gli spari o ti mangiano, con gli insetti è peggio.
Così i giapponesi, li abbiamo visti nelle jungle del Pacifico, piccoli infidi, sempre pronti saltare fuori nei punti più impensati e poi quegli spadoni…
Quelle sciabole, devi essere veramente cattivo per cercare di uccidere un nemico, uno dei nostri, i buoni, con una spada.
Se gli spari è una faccenda asettica, ma se lo vuoi squarciare od infilzare devi volere prorpio vedere la morte nei suoi occhi. 
Oggi all' Olimpia proiettano questo film che l'anno scorso a Venezia hanno premiato questo film.
Entro non c'è nessuno. Chiedo al bigliettaio, mi garantisce che anche solo per me, anche a sala vuota lo devono proiettare ugualmente.
C'è la pioggia, i poveri e le scimitarre ed i banditi, ma non ci sono i buoni, a dire la verità non ci sono nemmeno i cattivi.
Sono tutti un pò vittime ed un pò carnefici.
E' Rashomon di Akira Kurosawa, anche i giapponesi sentono come noi, hanno patito povertà, ingiustizie, sciagure. 
Anche la loro sofferenza è stratificata, sotto il deposito di cenere, il vulcano cova profondo un oceano di fuoco. 
Mi sento meno solo, fa freddo ugualmente ed é buio,  ma qualcuno, nel mondo, si preoccupa di raccontarmi una storia.  
 
IMPALCATURA Un operaio cinese fotografato su un'impalcatura a Wuhan, nella provincia cinese  di Hubei (Reuters)
Operaio su un'impalcatura a Wuhan

Cars

 

Frontiera mobile dell'Impero ottomano, Bulgaria, Ungheria, forse Moldavia, ci sono cupole, guglie e nuvole dense di pioggia.
La città pare deserta, certo potente ma gravata da un presente del colore del ferro ed un futuro che si prospetta duro come l'acciaio. Qualcosa nei colori induce a pensare alla povertà, spinta all'estremo, prossima all'accattonaggio furioso, la decandenza e poi forse l'anarchia.  
 Un uomo si ingegna a vincere la fame, suona da solo un'intera banda di strumenti, prima lo spettacolo poi, con un po' di fortuna, il cibo.
Compare una bimba, velata e già temprata dalla situazione , poche speranze, molti bisogni di base, stringe nel pugno un soldino, si avvicina alla fontana.
Lo spettatore e l'One man band capiscono che il soldino finirà perso per esprimere un desiderio.
L'artista invoglia, seduce, vuole quella moneta e la bimba viene attratta inesorabilmente verso la tazza della carità….
Dall'altra parte della piazza, improvvisamente compare un altro, un violinista ed il violino, si sa è tentatore e sottile…
Si comincia, inizia una guerra ed il terzo non gode ! 

Corto capolavoro crudele e fuori dagli schemi proiettato prima di Cars, che è decisamente più prevedibile…e scontato.

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